di Claudia Izzo-
Quando Napoli perde un suo genio, a risentirne è tutto il mondo artistico e culturale
Si è spento a 91 anni nella sua casa in via Foria, Roberto De Simone, uno dei registi teatrali, compositori e musicologi più amato. La camera ardente è stata allestita all’interno del foyer del Teatro San Carlo, quello stesso teatro che ha diretto dal 1981 al 1987, i funerali si terranno al Duomo di Napoli.
Nato in via Pignasecca nel quartiere di Montecalvario, a Napoli, cominciò a suonare il pianoforte all’età di sei anni.
De Simone non è stato soltanto un formidabile musicista; ma un napoletano capace di vedere oltre, capendo l’importanza delle radici e divenendo così una sorta di “archeologo della memoria”. Vivendo nell’Italia del dopoguerra che correva verso la modernità, tesa a dimenticare il mondo precedente, De Simone si è fermato a raccogliere proprio i frammenti di quella civiltà che stava scomparendo. Ben sapendo che proprio la sua Napoli è sempre stato un teatro a cielo aperto, “Napoli non è una città, è un mondo antico che ha resistito a tutte le invasioni, tranne forse a quella dell’ignoranza moderna” , si è saputo agilmente muovere tra i suoi opposti e le sue contraddizioni: la devozione per i Santi e la Madonna; il ritmo ossessivo della Tammurriata, la perfezione del Contrappunto barocco, l‘ironia feroce dei bassi napoletani, il rigore accademico del Conservatorio; il rigore del Teatro, il caos creativo del Carnevale.
Tra l’amore per la musica e il teatro, De Simone ha saputo vedere nel Presepe un compendio esoterico e antropologico della vita e della morte, ha saputo riportare la La Cantata dei Pastori al suo splendore originale, ha sputo rendere il rigore e la ricerca elementi basilari per generazioni di musicisti del prestigioso conservatorio napoletano, fino ad influenzare la musica contemporanea da Pino Daniela agli Avion Travel.
Sentendo nel suo lato più intimo che la tradizione non è cenere da adorare ma fuoco da alimentare, come espressione più pura del genio napoletano, fu il fondatore nel 1967 della Nuova Compagnia di Canto Popolare e, insieme a giovani talenti come Peppe Barra e Fausta Vetere, ha salvato il patrimonio orale del Sud trasformando villanelle e tammurriate in musica colta, senza però togliere loro il “sangue” e la rabbia, l’intensità popolare che le contraddistinguono. dirigendo, oltra al Teatro San Carlo, il Conservatorio di San Pietro a Majella dal 1995 al 1999.
Tra le sue opere più celebri ricordiamo La Gatta Cenerentola, il suo capolavoro assoluto. Non si tratta di un musical e non è un’opera lirica, parliamo infatti di un “melodramma moderno” basato su Lo cunto de li cunti di Basile. Con questa sua opera De Simone, attraverso uno spettacolo dimostra al mondo che il dialetto napoletano del ‘600 è una lingua universale, potente e barocca. Crea tanta altra bellezza con l’Opera Buffa del Giovedì Santo, Masaniello, Mistero Napoletano, La Festa di Piedigrotta, il Requiem in memoria di Pier Paolo Pasolini, Populorum Progressio, Lauda intorno allo Stabat.
Il maestro De Simone resta l’artista che è stato capace di prendere con umiltà la vera anima di Napoli — quella più antica, viscerale e a tratti magica — e portarla, con grande dignità e immenso talento, sui palcoscenici più prestigiosi del mondo; la sua eredità diviene così quella fondamentale mappa preziosissima per capire chi siamo.
Roberto De Simone e Odette Nicoletti con i suoi costumi – foto di Augusto De Luca
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