di Claudia Izzo-
Dopo aver ricevuto il Premio “Pellegrini di Pace”, promosso dall’Arcidiocesi di Napoli e dall’Arciconfraternita dei Pellegrini presso la Basilica di San Giovanni Maggiore, David Grossman, celebre scrittore israeliano, è stato protagonista di un incontro al Teatro Sannazzaro, intervistato dallo scrittore Maurizio De Giovanni, Presidente della Fondazione Premio Napoli, organizzatrice della rassegna “Scrittori per l’Europa e per il Mediterraneo”.
L’autore israeliano, considerato tra i più grandi scrittori e romanzieri contemporanei , è figlio di immigrati della Galizia e vive vicino a Gerusalemme. Sposato con tre figli, Jonathan, Ruth e Uri, morto nel 2006 durante la guerra in Libano. Tra i tanti libri scritti ricordiamo: “Qualcuno con cui correre”; Ci sono bambini a zig zag; Che tu sia per me il coltello; Vedi alla voce: amore; A un cerbiatto somiglia il mio amore. Il vento giallo è il suo saggio sulla popolazione palestinese nei territori occupati dagli israeliani nella Striscia di gaza e in Cisgiordania.
Maurizio De Giovanni ha ricordato le parole di Carlo Levi: “Le parole sono pietre usate e per colpire e per costruire”, chiedendo a Grossman quanto ancora possiamo lottare per le parole… “quando scrivo” ha risposto lo scrittore israeliano ” sento il peso di tutte le parole che uso, l’importante è rimanere fedele al significato del linguaggio, ci si deve preoccupare del loro significato. Bisogna dare dignità alle parole anche perchè il lettore lo sente se si è fedeli a ciò che si dice.”
Sulla scrittura e le nuove generazioni ha aggiunto: ” Tutti gli scritti possono piacere se sono fatti da strati che contengono significati. Ho mostrato la luce a mio figlio Jonathan che ha risposto con meraviglia, capendo che ad un oggetto corrisponde un termine. Io stavo perdendo la capacità di un bimbo di sentire le cose anche senza avere un nome”.
Parlando di lettura come educazione al pensiero, come parte creativa della scrittura ha affermato:” c‘è una sorta di contatto tra scrittori e lettori. Ho scritto il primo libro a undici anni e parlava di un bambino che scappa da casa per entrare in un circo. Poi ho letto opere di Shalom, (pseudonimo dello scrittore e drammaturgo ebreo Shalom Rabinowitz), in lingua yiddish, uno dei più grandi umoristi ebrei. Le pagine erano indicate con le lettere dei versetti biblici ed io sentivo una febbre energetica, di avventurami in un altro mondo“.
Per quanto riguarda il linguaggio “siamo tentati di lasciarci andare a questo modo facilone di guardare le cose . Oggi c’è un bisogno esistenziale di decodificare le comunità, capire se siamo in grado di purificare il linguaggio, proteggerlo vuol dire essere consapevoli. Trump, Netanyahu cedono alla tentazione del linguaggio, dei clichè. E’ dovere di tutti purificare il linguaggio difenderlo dalle manipolazioni”.
Un atto di resistenza dunque, in un mondo svuotato di significato.
Si è passati ai romanzi, alla nascita dei personaggi alla loro vita che diventa poi indipendente dallo scrittore stesso: “Ho un tale piacere nel creare il personaggio che viene fuori dal nulla. Io mi metto in disparte e lo guardo trasformarsi come se dovesse imparare da solo ad essere coraggioso. Si ribellerà anche allo scrittore, quella è la magia. Quando scrivo cerco di partire da una situazione dove tutto può succedere . Scrivere è creatività, voglio che sia qualcosa di nuovo..”
Parlando della situazione israelo-palestinese, Grossman ha espresso la necessità di creare nuove strade: “Sono state fatte cose terribili. Se il 7 ottobre Netanyau fosse andato dai leader palestinesi sarebbe potuta avere un’altra direzione, una nuova storia, invece di togliere ai bambini il futuro, serve qualcosa di nuovo, una nuova realtà, una nuova narrativa, una città che vive in pace con tutti i suoi dolori.”
Alla domanda di De Giovanni su come si fa a vivere la connessione e la disconnessione di essere israeliano in modo così forte, risponde:” Cerco di essere obiettivo. A loro piacciono i miei libri ma odiano la mia politica…”
“La guerra di pace che Lei conduce deve essere la nostra”, ha concluso De Giovanni, che ha paragonato Grossman a Ulisse che porta ad una identità che non compromette, “dobbiamo imparare da lei e dobbiamo portare in giro la sua bandiera.”
Combattiamo, allora, tutti una guerra di pace con le parole. Sarà difficile, ma è necessario.
