di Claudia Izzo-
Si è tenuto presso il Castello Doria, ad Angri, la manifestazione per i 10 anni dell’Associazione Nasi Rossi Clown Therapy.
Nata a Scafati nel 2016 da un sogno lungimirante, fatto di sensibilità e determinazione, della presidente Francesca Colombo, “Scintilla” per i piccoli pazienti, da allora l’associazione di strada ne ha fatta.
“Un sorriso alla volta da dieci anni” è il mantra creato per questo compleanno speciale che ha racchiuso la forza ed il coraggio di tutti i componenti l’associazione che hanno camminato, anno dopo anno, con costanza, fino ad contare oggi circa cento volontari a seguito, diventando punto di riferimento del territorio. Ad Angri, per festeggiare questa tappa degna di nota, ha presenziato il mondo istituzionale, i Medici Alleati, i Soci Sostenitori, i Volontari e i Volontari Storici, tutti uniti per questo longevo sogno avverato che promette meraviglie.

Ne parliamo con la presidente Francesca Colombo.
Come nasce questo sogno?
Nasce per dare una possibilità di speranza a coloro che si trovano in uno stato momentaneo di sofferenza. La clown terapia, insieme alla medicina tradizionale, aiuta, è una dimensione che ti porta a lavorare con la parte sana, ti fa fare un respiro più lungo.
Il progetto porta in sè altruismo, sensibilità, bellezza. Ogni volontario dedica il suo tempo per alleviare, anche se momentaneamente, la sofferenza altrui, per cercare di migliorare il benessere nei contesti di cura come ospedali, case famiglia, RSA, centri di accoglienza diurni. E’ questo il concetto di dono attraverso il sorriso. Come scegli i tuoi volontari?
Ammetto di avere un intuito particolare, prima dei corsi ovviamente faccio colloqui e te ne accorgi subito se c’è una propensione, si percepisce anche dal loro modo di affrontare in genere il dolore. Il primo momento è di ascolto, attraverso un colloquio iniziale. Coloro che si approcciano al volontariato con la clown therapy quando ti raccontano vissuti particolari hanno una nuova chiave di lettura, diversa, quando cioè si confrontano col dolore, con la fragilità. Non si mascherano, non si nascondono.
Dieci anni sono tanti, fatti di corridoi di ospedali, di attese, perché i Nasi Rossi hanno grazia nell’approccio con i pazienti, per lo più piccoli, mai a gamba tesa nelle corsie, sempre in attesa di un segnale empatico per poter indossare il “naso rosso”…
Nei reparti pediatrici oltre ai piccoli pazienti ci sono ovviamente le mamme e i papà che soffrono. E’ vero, come dicevi, l’importante è l’accettazione, non si entra nella stanza ma si resta sull’uscio, su una sorta di linea di confine, in attesa, tutto il tempo necessario. Parliamo di “effetto fisarmonica”, entriamo ed usciamo da una stanza, valutiamo le possibilità di interazione, se non ci sono le condizioni adatte, dopo l’ascolto dell’ambiente, rimettiamo il naso in tasca e procediamo in cerca di un segnale che ci dia il via… In questi luoghi il tempo è scandito dal momento dei pasti, delle visite; è un ambiente spersonalizzato. Con i clown, i pazienti decidono del loro tempo; è come se per qualche attimo se ne riappropriassero.
Credo che in queste realtà, intendo innanzi alla sofferenza altrui, si possa essere facilmente raggiunti dal dolore altrui, dalla tristezza. Qual è il tuo grado di coinvolgimento quando, indossando il naso rosso diventi “Scintilla”?
Cerco di non farmi totalmente coinvolgere, altrimenti non riuscirei ad essere di alcun aiuto. Ma è stato difficile per me arrivarci. Nell’ambito di un incontro con una mamma, che è poi colei che mi ha dato il nome “Scintilla”, che ho capito che quando indosso il naso rosso nelle corsie, questo deve diventare una sorta di difesa per poter portare il sorriso. Con i volontari, nell’ambito degli incontri che facciamo anche con la psicoterapeuta di gruppo, si parla anche del senso di inadeguatezza che si può provare in certi casi. Personalmente sento il peso della responsabilità, di non dover cedere mai. All’inizio quando ero una volontaria ho avuto i miei momenti di difficoltà, c’è stato anche un episodio che non dimentico, nell’ambito del quale avevo innanzi un ragazzino di 13 anni, paziente di una struttura sanitaria, ma io non riuscivo proprio in quella che era la mia missione, cercare di migliorare il suo benessere attraverso la clown therapy. Mi resi conto di non avere ancora i giusti strumenti. La lezione mi è servita. Ci confrontiamo sempre con il dolore, noi siamo quelli “che quando la felicità cade, dobbiamo cercare di riparala”.
In dieci anni ne avete fatta di strada, quale la pozione magica?
All’inizio ero sola, ora siamo circa in cento, tutti volontari. Abbiamo una equipe per non far mancare l’aiuto emotivo che serve per scavare dentro noi stessi e per avere sempre maggiore competenza e costruire sempre più la nostra professionalità. Ho riscontrato che oggi siamo conosciuti proprio per la nostra visione: al centro del nostro mondo di Nasi Rossi abbiamo il paziente, la persona che non dobbiamo far sorridere e basta, ma la persona-paziente a cui dobbiamo cercare di dare dignità. Di qui la stretta sinergia che si crea con il personale medico, la loro presenza, il loro esserci, il loro appoggio ci conferma che siamo sulla giusta strada.
La “visione” dei Nasi Rossi nel tempo cambia?
Si inizia come sognatori, poi si diventa sognatori pratici con i piedi ben poggiati a terra, lo sguardo rivolto al cielo e la leggerezza nelle tasche del camice, sempre responsabili nel cercare una possibilità: entrare nella situazione uscendone però leggeri..
Un ringraziamento?
Tanti. Ai volontari in primis, poi a tutti coloro che ci sostengono e rendono tutto possibil, i Soci Sostenitori, coloro che hanno reso possibile le attività ed i progetti dell’associazione ed ai medici Alleati che rendono possibile le collaborazioni con l’Ospedale Tortora di Pagani, l’Umberto I di Nocera, il San Leonardo di Castellammare di Stabia, e la collaborazione nascente con l’Ospedale “Martiri di Villa Malta”, a Sarno.






