di Gaetanina Longobardi-
Vivere l’Agro Nocerino Sarnese permette un viaggio ideale nel tempo e sui luoghi, legati al Medioevo: per me, Sarno è il conte Francesco Coppola, uno dei capi della Congiura di Baroni e maggiore finanziere della Corona.
Della Congiura dei Baroni, teatro di lotte tra Ferrante d’Aragona e il feudatario, il conte Francesco Coppola, ho sempre adorato le capacità diplomatiche dimostrate. Uno strumento fondamentale in qualsiasi epoca perché la diplomazia permette agli Stati di continuare a comunicare anche quando i rapporti sono molto tesi. Attraverso incontri, negoziati e mediazioni, i rappresentanti dei diversi Paesi possono cercare di individuare possibili accordi. Non sempre questi tentativi hanno successo, ma mantenere aperto il dialogo può evitare incomprensioni e creare le condizioni per una futura cessazione delle ostilità.
Tra il 1485 e il 1487, il Regno di Napoli, governato dagli Aragonesi, fu coinvolto in una grave crisi politica. Alcuni dei principali baroni del regno si ribellarono alla Corona, sostenuti da alcuni esponenti della corte e da papa Innocenzo VIII. L’intervento del papa fece sì che la ribellione non rimanesse un problema interno al regno, ma si trasformasse in un conflitto più ampio, coinvolgendo anche le principali potenze italiane.
A una prima fase, conclusasi l’11 agosto 1486, con la pace siglata a Roma, nell’estate del 1487 seguì una nuova ondata di arresti e confische di beni a danno della feudalità. Da quel momento si chiuse la parte ‘attiva’ della congiura e fu la diplomazia a giocare un ruolo fondamentale per cercare un accordo tra il papa e il sovrano, accordo che fu raggiunto solo nel 1492.
Tra il 1484 e il 1494, gli ultimi anni di vita di Ferrante d’Aragona furono caratterizzati da una situazione politica difficile. Anche se non ci furono guerre lunghe e importanti come negli anni precedenti, continuarono i contrasti con i baroni e con il papa. Queste tensioni causarono preoccupazioni, preparativi militari e numerose trattative diplomatiche. La ribellione dei feudatari del Regno di Napoli fu provocata da diverse cause, che possono essere raggruppate in tre motivi principali.
Il primo motivo era la situazione di difficoltà causata dalle numerose guerre. I continui conflitti avevano consumato le risorse del regno, lasciando vuote le casse dello Stato e causando pesanti difficoltà economiche alla popolazione. Dal 1478 al 1484 il regno aragonese era stato infatti protagonista di quattro conflitti: contro Firenze (1478-80); contro i Turchi per la liberazione di Otranto (1480- 81); in difesa del genero del re, duca Ferrara, attaccato da Venezia (1482- 84), e infine di nuovo contro la Serenissima, che aveva invaso la costa pugliese e occupato Gallipoli (maggio 1484).
Il secondo motivo era rappresentato dalle nuove tasse introdotte dalla corte tra il 1481 e il 1484 per aumentare le entrate dello Stato. Il nuovo sistema fiscale prevedeva l’eliminazione di alcune imposte, come quella sul sale, e l’introduzione di tasse sui principali prodotti di consumo. Le imposte riguardavano anche gli animali usati per il trasporto e quelli destinati alla macellazione. Questo nuovo sistema fiscale provocò subito molte proteste e malcontento, soprattutto nelle grandi città dell’Aquila, Capua e Aversa. Lorenzo de’ Medici e, in particolare, Ludovico Sforza avevano consigliato a Ferrante e Alfonso di non aumentare il malcontento della popolazione e dei baroni imponendo tasse considerate troppo elevate.
Il terzo motivo di contrasto, considerato dagli storici il più importante, era la volontà di Ferrante e di suo figlio Alfonso di rafforzare il potere della monarchia. Alfonso, durante la guerra di Ferrara, aveva dichiarato di voler riportare sotto il controllo diretto del re le terre situate intorno a Napoli e, soprattutto, le principali fortezze. Questa scelta era diversa dalla politica seguita in precedenza, quando la Corona aveva concesso terre e titoli ai baroni per ottenere il loro sostegno. Inoltre, Alfonso aveva parlato delle sue intenzioni con Roberto Sanseverino, un importante condottiero legato a una delle famiglie più potenti del Regno di Napoli. La notizia contribuì ad aumentare la preoccupazione dei baroni, che temevano di perdere i propri territori e il proprio potere.
Alfonso d’Aragona arrivava dalla Lombardia, dove era stato impegnato nella guerra di Ferrara (1482-1484). Dopo la conclusione del conflitto rientrò nel Regno di Napoli e il 3 novembre 1484 fece il suo ingresso trionfale a Napoli. Già sul finire del 1484 iniziarono sequestri, confische di beni, ma anche arresti.
I primi a essere presi di mira erano stati alcuni signori e uomini d’arme che avevano proprietà nel regno. Accusato di non aver servito il sovrano nei modi richiesti, il condottiero genovese Gian Luigi Fieschi nel marzo del 1485 fu privato di una contea, che gli fu resa solo due mesi più tardi, dopo l’intervento di due conterranei: papa Innocenzo VIII e Obietto Fieschi.
Il conte Girolamo Riario, invece, rimasto privo del forte appoggio dello zio, papa Sisto IV, morto nell’agosto del 1484, fu tra i primi obiettivi del sovrano. Già inviso alla corte, nel successivo mese di novembre non solo non si intendeva rinnovargli la condotta, ma l’idea che circolava era quella di espropriargli la contea calabrese di Cariati.
Sin dal novembre del 1484 anche altri due condottieri furono in pericolo: Giovan Francesco da Tolentino e Lorenzo Giustini da Città di Castello.
Solo un paio di mesi più tardi, l’arresto del conte di Montorio provocò «grandissimo terrore ad tutto el resto de li baroni del reame e murmurationi non puocha in populo».
Il clima che si era creato nei primi mesi del 1485 era teso, come riassume un dispaccio dell’ambasciatore Giovanni Lanfredini, che riepiloga le vicende occorse ai suddetti baroni e descrive lo stato di allerta in cui vivevano tutti gli altri.
Nel maggio del 1485 il fronte era ormai diviso. Da un lato i baroni, sospettosi e sulla difensiva; dall’altro il sovrano e il figlio primogenito Alfonso, che l’opinione comune disprezzava e chiamava con il nomignolo “secondo Nerone”. Fu in questo contesto che maturò la decisione dei maggiori signori regnicoli di deporre il sovrano e impedire la successione del figlio primogenito, il duca Alfonso. I ribelli si assicurarono la complicità di alcuni dei personaggi di corte tra i più influenti: il segretario regio Antonello Petrucci coi due figli, Francesco e Giovanni Antonio; e soprattutto Francesco Coppola, conte di Sarno e maggior finanziatore della Corona.
Chissà se davvero il conte di Sarno stava architettando la congiura da almeno tre o quattro anni… ma è quasi certo che la prima occasione di incontro per mettere a punto la strategia da seguire si sia avuta durante le nozze di Ippolita Sanseverino con Troiano Caracciolo, figlio del duca di Melfi, nel giugno 1485.
Prima a Padula e poi durante quello che viene chiamato convegno di Melfi, i principi di Salerno, Altamura e Bisignano, insieme al gran siniscalco, riconobbero il pericolo rappresentato dalle intenzioni del re e decisero di difendere i propri territori e i propri beni. Tuttavia, Girolamo Sanseverino non era ancora convinto della situazione e decise di recarsi a Napoli per chiedere direttamente conferma a Coppola.
Durante i mesi estivi e autunnali del 1485, le lettere degli ambasciatori presenti a Napoli riportavano continuamente notizie, smentite e successive correzioni. Questa situazione mostra quanto fosse importante la diplomazia, che attraverso una fitta rete di comunicazioni permetteva di controllare le informazioni, chiarire i dubbi e seguire l’evoluzione dei rapporti tra la Corona e i baroni.
Dopo la fase delle confische e degli arresti, che aveva caratterizzato i primi mesi del 1485, il sovrano ricorse spesso al dialogo e cercò il contatto coi baroni, invitandoli a Napoli o spostandosi egli stesso per incontrarli, e ogni volta rispondendo in modo positivo alle molteplici e diverse richieste di concessioni che gli venivano inoltrate. Alcune risposte date dai baroni per prendere tempo apparivano come scuse ridicole, mentre una situazione già molto intricata diventava ogni giorno più difficile da districare. Infatti, gli uomini di fiducia del re, incaricati di mantenere i contatti con i ribelli e di seguire le trattative, erano in realtà essi stessi parte della congiura. Agli occhi degli ambasciatori, i segnali erano quindi sempre contraddittori. Il re, invece, conoscendo bene il proprio ‘nemico’, considerava la situazione come una sfida di astuzia, da affrontare attraverso l’arte della dissimulazione.
Nel settembre del 1485, alcuni dei principali baroni decisero di incontrarsi a Miglionico, nel territorio del principe di Bisignano. Il re, perciò, scelse di trasferirsi con la sua corte a Foggia o nelle zone vicine, così da poterli raggiungere più facilmente. In questo modo avrebbe potuto incontrarli con maggiore comodità, ma anche tenerli sotto controllo. I cospiratori, probabilmente, si resero conto delle sue intenzioni.
Gli incontri avvenivano preferibilmente di notte, tra Salerno, Sarno e il casale di Materdomini, presso Nocera, ma anche a Napoli, in San Domenico, nella residenza cittadina del principe di Salerno o in casa di Antonello Petrucci, quando in una «camera terregna» e quando nella «camera dello cielo de ipso secretario». I cospiratori adottavano tutte le precauzioni: passavano da pertugi e porte segrete, si travestivano, giravano incappucciati e usavano segnali in codice come toccarsi il dito mignolo oppure il pollice o il naso. Sovente si servivano di loro agenti o uomini di fiducia, capaci di spostarsi tra una sede e l’altra senza destare troppi sospetti.
L’ultimo periodo fu caratterizzato da una tensione sempre maggiore, evidente anche nel modo in cui scrivevano gli ambasciatori. Essi ricorrevano sempre più spesso alla cifratura delle lettere, cioè scrivevano i messaggi in codice per impedire che potessero essere letti da persone non autorizzate.
Certe risposte date dai baroni per temporeggiare erano scuse ridicole in una situazione sempre più ingarbugliata: gli uomini di fiducia del re, coloro che lo aiutavano a mantenere i contatti coi ribelli e seguire le trattative, erano in realtà essi stessi congiurati. Agli occhi degli ambasciatori i segnali erano sempre discordanti, mentre per il re, che conosceva il ‘nemico’, si trattava di batterlo in astuzia, con l’arte della dissimulazione nella diplomazia.
Sarno rievoca vicende di personaggi illustri, di eroi oscuri, di nobili famiglie, di trame narrate tra aneddoti, leggende e Storia. Sarno vuol dire la possibilità di raccontare il nostro Medioevo, amando l’Agro Nocerino Sarnese.






