di Gaetanina Longobardi-
L’archeologia restituisce un altro genere di poesia amorosa.
Mercoledì 23 settembre il complesso monumentale di S. Maria Maggiore ha ospitato una delle sessioni del più importante convegno di studi di archeologia cristiana. Il congresso, giunto quest’anno alla 13esima edizione, ha riunito studiosi di archeologia cristiana da tutta l’Italia per approfondire forme, funzioni e trasformazioni degli spazi cristiani nella tarda antichità e nell’alto Medioevo.
Il convegno è promosso dall’Università degli Studi di Salerno, dall’Università degli Studi della Basilicata e dall’Università degli Studi della Campania “Luigi Vanvitelli”.
L’accoglienza di Nunzio Desiderio e di Don Fabio Senatore è stata calorosa. Il loro modo di accogliere, attento e disponibile, ha trasmesso un messaggio importante: il Complesso Monumentale di S. Maria Maggiore è una comunità, un luogo in cui ciascuno può sentirsi ascoltato, accolto e parte di una grande famiglia.
I saluti istituzionali dell’assessore all’archeologia Angelo Padovano hanno sottolineato l’importanza dell’iniziativa e il valore della collaborazione tra istituzioni e comunità. Un intervento volto a valorizzare il significato di una giornata che ha rappresentato un’importante occasione di condivisione e vicinanza.
A Nocera Superiore, la Sessione IV – Forme assistenziali e di accoglienza (Parte II), presieduta dal Professore Alfredo Maria Santoro, è dedicata al complesso rapporto tra esperienza religiosa, organizzazione degli spazi monastici e pratiche di assistenza e accoglienza nel mondo tardoantico. La sessione ha proposto due contributi che, attraverso prospettive e contesti differenti, permettono di approfondire il modo in cui le comunità monastiche svilupparono forme di vita, organizzazione e ospitalità capaci di rispondere alle esigenze spirituali e materiali delle persone.
Il primo intervento, affidato a Giulia Spadanuda, è dedicato a “Eremitaggi e laure in Terra Santa tra IV e VII secolo: forme di ascesi e organizzazione dello spazio monastico”. L’analisi prende in esame la diffusione degli eremitaggi e delle laure in Terra Santa, soffermandosi sul rapporto tra le diverse esperienze ascetiche e gli spazi nei quali esse si svilupparono.
Il contributo successivo è stato di Maria Rosaria Marchionibus, con “Forme di assistenza e accoglienza nel monastero di Manqabad (Asyut, Egitto)”. L’attenzione si sposta, dunque, in Egitto, dove il monastero di Manqabad costituisce un significativo caso di studio per approfondire le pratiche di assistenza e ospitalità all’interno delle comunità monastiche. Il contributo consente di mettere in luce la dimensione sociale dell’esperienza monastica e il rapporto tra monastero e territorio.
Il professore Santoro assieme a Gianluca Santangelo e Antonio Palumbo hanno illustrato in maniera egregia lo stato di avanzamento delle campagne di scavo, presentando i risultati raggiunti e le evidenze emerse finora. Un aggiornamento particolarmente significativo, perché consente di comprendere come il lavoro sul campo stia progressivamente restituendo nuovi elementi utili alla ricostruzione degli insediamenti e delle loro funzioni.
Prima della visita agli scavi, i partecipanti sono stati accolti con un buffet offerto per l’occasione, che ha favorito l’incontro e la conversazione tra studiosi, organizzatori e partecipanti.
Ma tutto è cambiato quando è stato aperto il portale.
Visitare il Battistero Paleocristiano è un trattato sull’amore. Un passaggio tra due respiri come dopo un’immersione che viene a galla. Sarà l’edificio a osservare con indulgenza i visitatori. Ogni passo è una contorsione introduttiva all’amore. Il benessere è chiudere gli occhi nella confidenza senza ostacoli, aspettare nel luogo che fa superare le delusioni.
È bravo l’archeologo Gianluca Santangelo che illustra il luogo partendo dalla vasca battesimale, la seconda per grandezza in Italia con i suoi sette metri di diametro, seconda solo a quella del celebre Battistero di San Giovanni in Laterano a Roma.
Un verso di Ovidio negli Amori recita: «Prendi, o poeta, ecco l’argomento da cantare!»
La mia gratitudine è sincera per una visita a conferma di un legame sufficientemente lungo da non pensarne la fine. Ne trae profitto tutto l’Agro Nocerino Sarnese: il lavoro arguto e brillante di uomini e donne proteggono il panorama dei luoghi simili a componimenti che potranno competere con qualcosa di sfavillante nel cielo.






