di Mariapia Vecchione-
Nel 1917 Pablo Picasso è a Roma dice nella lettera all’amico e poeta Jean Cocteau: “Sto bene a Roma e poi c’è il Papa”, ma il poeta risponde: “Si è vero, a Roma c’è il Papa, ma a Napoli c’è Dio”.
Da secoli Napoli intreccia storie e leggende in cui i suoi abitanti divengono protagonisti di credenze a metà fra il culto religioso e il mondo profano, riti inscindibili che oltrepassano il tempo.
Negli “inferi” del quartiere Sanità, un antico rituale lega i vivi e i morti : si tratta di quello dedicato alle anime del Purgatorio, venerate dai credenti che dà vita a quello che è il Culto delle Capuzzelle.
Questa storia affonda le sue radici nella sconvolgente epidemia di peste del 1656, quando la città di Napoli fa i conti con il dimezzare della sua popolazione di oltre 250 mila abitanti. Queste innumerevoli vittime, di cui non si risaliva più all’identità, furono ospitate in cave di tufo dismesse.
Nel cuore della Sanità sorse dunque il primo ossario che fu destinato ad estendersi in un altro momento storico cruciale, fra il 1836 e il 1837, quando Napoli fu colpita da un’altra spaventosa epidemia, il colera.
Quest’ossario divenne per tutta la città il Cimitero delle Fontanelle, così chiamato perché nato da una cava nella collina di Materdei in cui sono presenti dei rivoli d’acqua che sgorgano e circondano l’ossario, le cosiddette “fontanelle”.
Fra le salme qui portate, probabilmente, vi furono anche i resti del poeta Giacomo Leopardi, che trascorse gli ultimi anni della sua vita a Napoli.
Dopo anni di abbandono del cimitero, nel 1872 fu il canonico Gaetano Barbati a voler risistemare queste ossa , che pur senza identità dovevano avere dignità attraverso una accurata disposizione: il canonico si impegnò nella sistemazione delle ossa insieme ad un gruppo di signore devote del quartiere Sanità.
Nella cava di tufo questi resti anonimi furono collocati in tre simboliche navate: da quel momento, ha inizio il culto.
“Refrisco all’anima d’opriatorio”, esclamavano le donne devote al Culto delle Capuzzelle.
Ogni settimana signore del quartiere si riunivano per invocare il “refrisco” cioè “l’alleviarsi” della pena dell’anima del morto, perché nella cava di tufo veniva adottato un teschio per essere curato, lucidato e “rinfrescato” con preghiere, per poi essere collocato nella sua scarabattola, una teca di legno o marmo. Tutto ciò avveniva in cambio di grazie per sé stesse e per la propria famiglia.

Il teschietto senza nome, era, infatti, un’anima pezzentella: dal latino “petere”, chiedere per ottenere.
Dopo aver pregato a lungo questa capuzzella, se la grazia veniva compiuta per sé e i propri cari, significava che le preghiere erano state ascoltate, mentre se la grazia non veniva concessa, il fedele iniziava da capo il rituale adottando un altro cranio.
Questo culto è stato bandito dalla Chiesa nel 1969; dal 2026 il Cimitero delle Fontanelle è un museo accessibile ai visitatori, ma i napoletani continuano a credere al loro legame con le capuzzelle e continuano a recarsi con fede in questo luogo in cui la storia è padrona del tempo insieme alla morte che consuma ogni cosa.






