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sabato, 15 Giugno 2024
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Finalmente un programma tv intenso e che ci restituisce Napoli in tutto il suo splendore

di Claudia Izzo –

Mai, negli ultimi tempi, Napoli ed il suo mondo è stata “cantata” così magistralmente  come nella puntata  “I suoni di Partenope” del programma televisivo “Il provinciale-Il racconto dei racconti”, andato in onda su RAI 3 il 9 marzo.

Tra scrittura, ritmo e fotografia, la puntata è stata in grado di raccontare il cuore di un popolo e di un territorio con intensa poesia e aderenza alla realtà, senza nessuna esasperazione tra sparatorie in pieno stile Gomorra, o in stile oleografico tra le solite pizze e mandolini. Insomma, una  Napoli raccontata attraverso i suoi stessi protagonisti partendo dall’antichità con la musica e i suoi artisti che fanno da fil rouge.

Il conduttore Federico Quaranta ha dato il via al viaggio partendo dal Vesuvio, il “Dio buono” che troneggia sullo stesso podio di San Gennaro, Maradona, Totò, Eduardo, Troisi e Pino Daniele”.

Qui,  accanto a questo cono di lava, “i pensieri oscillano tra vita e morte, tra abisso e sublime”. Esprime il senso della vita, ecco perché non fa paura. È amato da chi sulle sue pendici ci vive e non se ne vuole andare e da chi lo guarda dalla baia.

Sulle note di “Indifferentemente” interpretata da Mina, il programma ci svela sapientemente le viscere da cui il popolo napoletano trae il suo ritmo, la sua forza, la sua creatività, la sua energia.

Con le parole di Norman Lewis tratte dal suo “Napoli 44”, torniamo all’eruzione del Vesuvio nella Napoli degli “sciuscià”, della povertà e della promiscuità, raccontata con lo stesso trasporto di Plinio il Giovane nel 79 d.C.

Dalla Villa Imperiale di Poppea a Oplonti, a Pompei, musei archeologici a cielo aperto, il viaggio continua sui ritmi ancestrali di Dadà, il “Pierrot napoletano in bilico tra la risata e la lacrima”, che ama Napoli perché “chiunque vi arrivi si sente catapultato in un altro sentire”. Contaminazioni e sperimentazioni sono al centro della vita dell’abitante più vicino al Vesuvio, Goblin, psicomago nato a Pompei e cresciuto a Ercolano, che sul Vesuvio vive il suo “rapimento mistico in una ricerca filosofica della felicità” – “Il Vesuvio ti dice che la vita è adesso, qui, ora, dove è nata la scuola epicurea, approccio filosofico all’esistenza”.

È poi la volta della giornalista musicale e scrittrice Valeria Saggese, reduce della pubblicazione del suo libro “Parlesia: la lingua segreta della musica napoletana” per Minimun Fax, che ci introduce alla storia della musica del nostro paese, partendo da quel “gergo di mestiere”, quel linguaggio segreto, in codice, misterioso, che scandisce un tratto identitario di generazioni di musicisti napoletani, tramandato da generazione in generazione di cui James Senese ne è testimonianza. Lui che prima di Pino Daniele, insieme a Franco Del Prete ha cercato nuovi linguaggi, ha scritto una musica che appartiene a Napoli quanto ai paesi d’oltreoceano. James ha un sogno: vorrebbe vedere tutti felici…

Questo viaggio tv induce riflessione e sorrisi con Amedeo Colella che ci ricorda i 52 santi coprotettori di Napoli, oltre, ovviamente San Gennaro, “perché i problemi a Napoli sono tanti”!

Se poi Eduardo diceva: “essere superstiziosi è da ignoranti, ma non esserlo porta male”, il viaggio affascina e rapisce con stile e grazia conducendoci a San Gregorio Armeno. Qui, dove vi erano le botteghe per la creazione di statuette ex voto dedicate a Cerere, dea della fertilità, oggi regna la scaramanzia e la superstizione con la produzione di corni di tutti i tipi, rappresentazione rivisitata del fallo del dio Priapo, oggi portafortuna.

Il cielo dei Quartieri Spagnoli dai tetti della chiesa di Santa Caterina da Siena fa da sfondo all’incontro con il musicista RAIZ, don Salvatore della serie “Mare fuori”, che ci dà uno spaccato della città tra le mille difficoltà esistenti. “La città è porosa, come una spugna, ritiene tanta acqua che non rilascia, si gonfia di identità, culture, contenuti, rendendoli napoletani. È una città pluridentitaria.”

Poi il bianco delle sculture di Jago, acceca. “Napoli è una scultura fatta di luci e ombre, “mi riconosco in essa e sono felice”. Arriviamo al Rione Sanità il cui nome si ricollega all’aria sàlubre che si respirava nell’800; il quartiere che ha dato i natali a Totò, il quartiere in cui oggi è stata realizzata una palestra di boxe in una sagrestia, voluta da Padre Antonio per i ragazzi del quartiere. Lo sport lo hanno scelto i ragazzi stessi, ma gli allenatori li ha scelti il prete e sono gli agenti della Polizia di Stato, come ha raccontato Marco Badolati, operatore di prossimità.

Nel foyer del Teatro San Ferdinando “desiderato e costruito” da Eduardo De Filippo ritroviamo un’intensa Lina Sastri sulle note di “Maruzzella” da lei stessa cantata per le vie di Napoli. È lei l’interprete appassionata di questa città “tra il vulcano e il mare, tra la Grecia e il futuro”.

I passi di Federico Quaranta si fanno sicuri nei vicoli di Napoli. Gli incontri sono tanti. Nella musica del grande chitarrista Mauro Di Domenico ci sembra ritrovare le vibrazioni del movimento magmatico della città, lui contamina la musica fra tradizione e innovazione.

Le colonne sonore sono da brivido, raccontano, narrano, cullano: Napule è, Quando, di Pino Daniele, Nu poco ‘e bene di Claudio Gnut,  giovane cantautore che rappresenta la musica napoletana nella sua contemporaneità, in parallelo a ciò che succede nel rap.

Note aleggiano sulla città del Cristo velato, dei vicoli, dei murales, degli ex voto, fino alla visceralità della Galleria Borbonica che tutto ha inghiottito come un vecchio drago.

Arriviamo all’anfiteatro Flavio di Pozzuoli luogo in cui venivano sbranati i cristiani da belve feroci che si ammansirono solo innanzi a San Gennaro, decapitato poi alle solfatare. E il racconto termina con una maschera tra le maschere, grazie ad un ispirato Nando Paone.

A fine puntata quasi ci verrebbe voglia di dire “ancora!” per la meraviglia e lo stupore che questo programma ha saputo suscitare in un pubblico stanco di tanto vuoto in tv. Il grazie va a coloro che sono stati in grado di di realizzare ciò con garbo, con gusto, e con con un linguaggio che arriva all’anima tanto da sentire il bisogno di conoscere i loro nomi: il capo autore Andrea Caterini; colui che ha scritto i meravigliosi testi, Francesco Lucibello; il  regista Paolo Alati; i conduttori Federico Quaranta e Angela Rafanelli, mai sopra le righe in una tv che, ormai, urla infastidendo. Eppure sorge una domanda: perché un programma così ben fatto, divulgativo e degno del servizio pubblico è stato piazzato su Rai3 di sabato sera alle 21.45 quando, tra l’altro, sulle altri reti principali i programmi sono già iniziati? Una collocazione in palinsesto davvero penalizzante.

Da amante di Napoli dico: “non si poteva fare un lavoro migliore”. E per fortuna che c’è RaiPlay dove lo si può rivedere.

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