Pastellessa, la testimonianza di Macerata Campania

di Gaetanina Longobardi-

Nell’idea di Medioevo, si trova una meravigliosa consapevolezza del fatto che ben attraverso i secoli successivi alla caduta dell’impero Romano d’Occidente si realizzano le copie dei testi antichi e si accumula un immenso patrimonio di scritture e di cultura. Si cominciano a produrre grandi raccolte a stampa di fonti e di importanti strumenti di lavoro. Nella definizione di una gerarchia di importanza delle fonti si trovano testi di speciale rilievo. A una classe dal peso indiscusso appartengono le fonti che chiamiamo narrative, o storiografiche, e che gli eruditi dell’età moderna definiscono il termine latino scriptores: esposizioni di vicende storiche scritte con il deliberato proposito di tramandare notizia dei fatti. Un’altra serie di fonti sono le fonti legislative: dal Corpus iuris civilis giustinianeo alle leggi nazionali dei Goti.

Una serie ulteriore di testi di particolare rilievo sono i diplomata: documenti emanati da imperatori e re, papi e anche altre autorità politiche e religiose non al fine di generare legislazione, ma allo scopo individuale di certificare un diritto giuridico di persone o enti. Molto utili i diplomata che sostenevano il diritto di certe chiese a certe intitolature, la presenza di reliquie, la fondazione a opera dei santi.

Una classe speciale di narrazioni, quelle agiografiche mi appassiona. Le vite dei santi e delle sante, la loro morte, le traslazioni delle reliquie, i miracoli, i processi eventuali di canonizzazione pongono problemi riguardanti l’autenticità delle narrazioni agiografiche. Le vite dei santi denunziate a volte con una frequente inattendibilità storica e dell’opportunistica forgiatura è oggetto di analisi molto attente già nel XVII secolo. Il problema principale comparso nell’età moderna è la critica ad accertare autenticità e falsificazioni. Gli studiosi compiono, quindi, una scelta: piuttosto che rivendicare in blocco l’autenticità delle narrazioni agiografiche, si sforzano di mettere in luce quali narrazioni e documenti sono effettivamente falsi e quali invece non meritino l’accusa.

Nel 270, un ricco contadino egiziano, Antonio (250-356), si ritirò nel deserto da cui uscì nel 310 con una reputazione da eremita, modello di tutte le epoche future. È il primo monaco a godere di fama internazionale, grazie soprattutto alla biografia scritta poco dopo la morte dal suo seguace Atanasio (ca. 296-373), vescovo di Alessandria, e alle due traduzioni in latino apparse negli anni Sessanta del IV secolo; le tre versioni della Vita Antonii ebbero un’enorme influenza sul monachesimo tanto orientale quanto occidentale.

Del Sant’Antonio Abate che si festeggia il 17 gennaio sappiamo quello che ne ha scritto Atanasio, il quale aveva in mente un preciso modello eremitico da propagandare e quindi potrebbe aver alterato, se non inventato, alcuni episodi della sua vita. I dati biografici più importanti sono comunque la sua ventennale esperienza anacoretica condotta nel deserto egiziano, in cui l’isolamento pare si facesse via via più stretto, e – non sembri una contraddizione – i contatti intensi e continui con altri anacoreti e monaci egiziani, per i quali fu un maestro e un modello riconosciuto.

Per affrontare una costruzione veritiera del passato occorre verità e severità, accettando la grande incertezza dovuta alla carenza delle fonti. Persino Alessandro Manzoni durante la stesura della tragedia poetica Adelchi (1822) spera in più accurate ricerche.

“Un’immensa moltitudine d’uomini, una serie di generazioni, che passa sulla terra, sulla sua terra, inosservata, senza lasciarci traccia, è un triste ma importante fenomeno; e le cagioni d’un tal silenzio possono riuscire ancora più istruttive che molte scoperte di fatto”.

È ricerca per rivelare quello che non si vede. Perché le tracce lasciate dalle donne e dagli uomini del passato sono fragili e discontinue.

La ricerca sugli Antoniani mi porta nel comune in provincia di Caserta. Macerata Campania è localizzato a 6 km ad ovest da Caserta e a 30 km a nord da Napoli. Sorge nella bassa valle del fiume Volturno.

La Chiesa abbaziale dedicata a San Martino, vescovo di Tours, sorta prima dell’anno 688, custodisce una statua del XIX secolo di Sant’Antonio Abate. La parrocchia è il centro della famosa festa di Sant’Antonio Abate e del ritorno ai suoni tradizionali, rinomata per i Carri di Sant’Antonio Abate e i Bottari (pastellessa) che celebrano il Santo ogni gennaio.

Il 17 gennaio e nei giorni che precedono questa data si organizza la caratteristica sfilata delle Battuglie di Pastellessa, ovvero dei Carri di Sant’Antuono, cioè carri allegorici a forma di barche le cui origini si perdono nel tempo; su questi carri i componenti, detti bottari di Macerata Campania, percuotono armonicamente botti, tini e falci, che utilizzati come dei veri e propri strumenti musicali da percussione producono la caratteristica sonorità meceratese, denominata appunto Pastellessa (o Pastellesse). Il termine Pastellessa deriva dalla past’e’llessa, ovvero la pasta con le castagne lesse, piatto tipico di Macerata Campania cucinato abitualmente nel giorno dedicato a Sant’Antuono il 17 gennaio.

Molto spesso questi carri vengono costruiti in maniera da sembrare dei vascelli rifacendosi all’antica leggenda per cui Sant’Antuono avrebbe compiuto il suo viaggio dall’Africa su una barca. La popolazione del luogo è molto attaccata alla tradizione della sfilata, cui ogni anno prendono parte più di 1500 percussionisti (i bottari di Macerata Campania rappresentano oltre il 15% della popolazione); sulle Battuglie di Pastellessa viene riproposta l’antica musica a Pastellessa, nata a Macerata Campania in epoca antica (XIII secolo), e gli strumenti utilizzati sono derivati da attrezzi per i lavori nei campi (botti, tini e falci) a causa del legame di tale festività con ancestrali ricorrenze pagane legate alla celebrazione della rinnovata fertilità della madre terra in concomitanza con i cicli astronomici che, fin dalla notte dei tempi, hanno influenzato il calendario delle pratiche agricole. In aggiunta, il rito conserva un valore apotropaico, secondo la convinzione che i fuochi tradizionali e i rumori ossessivi e ruvidi prodotti dagli strumenti potessero spaventare e allontanare le presenze maligne che si credevano proliferate tutt’intorno durante la lunga notte invernale. È un messaggio di salvezza per il popolo cristiano.

Il 21 novembre 2012 il Consiglio Comunale di Macerata Campania ha approvato la proposta di delibera che riconosce la “Festa di Sant’Antuono” (ovvero la “Festa in onore di Sant’Antonio Abate”) e le espressioni culturali ad essa inerenti, come la Pastellessa, nata esclusivamente a Macerata Campania in epoca antica (XIII secolo) e definita suo “Patrimonio culturale immateriale”. Viene inoltre dichiarata Macerata Campania “Paese della Pastellessa”, come nuova denominazione tipica del Comune.

Così Macerata Campania insegna. Non attraverso la tensione etica della ricerca. Ma attraverso una messinscena cha annuncia i grandi misteri. Non è una connotazione negativa, piuttosto è l’azione e la presenza da seguire. Una storia attuale che risolleva e fa bene.

Ci sono luoghi che mostrano tenacia. A Macerata Campania, le tradizioni prendono un sapore diverso, meno sfuggente e con forza palesano un nuovo sentimento. Da ogni parte, le tradizioni conquistano senza bisogno di comunicazioni, soltanto vegliando giorno e notte quella straordinaria energia del Sud, della buona terra, della promessa di replicare l’anno dopo in un ritmo di vita felice insieme.

 

 

La processione dedicata a Sant’Antonio Abate il 17 gennaio a Macerata Campania nel corso della Festa di Sant’Antuono.Creative Commons Attribuzione-Condividi allo stesso modo 3.0

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