La Cattedrale di Salerno: cerco il Monumento sepolcrale di Margherita di Durazzo

di Gaetanina Longobardi-

Nel corso del Medioevo, il cristianesimo si esprime contemporaneamente in “chiese” molteplici e significative, capaci di giungere fino in Cina e nell’India meridionale. Eppure quando visito Salerno non posso nascondere l’evidenza dell’interpretazione cattolico-romana del cristianesimo nel capoluogo della mia provincia. Non ho condizionamenti positivi o negativi, credo nella verità storica che mi guida nell’incertezza. Ma l’ammirazione per le glorie artistiche di questa antica e civilissima città ha una direzione che rafforza la mia resistenza meridionalista.

​Il nome di Salerno deriverebbe secondo alcuni dalla fusione dei nomi dei due fiumi, il «Salum», oggi torrente Fusandola, e l’Irno, anticamente «Ernos» o da «salos» ed «erga», il nome di una pianta o, secondo un’altra versione, significherebbe luogo di produzione di sale, giacché il suffisso «erno» ha appunto questa funzione. Nella «Chronica Salernitan Lycei», l’ebreo Helim sostiene che Salerno sia stata fondata insieme ad altre quattro città da Sem e ciò ha fatto avanzare da alcuni studiosi l’ipotesi che il nome provenga dalla lingua ebraica.

​Secondo Tito Livio, Salerno sarebbe stata fondata alle pendici del monte Buongiorno e doveva rappresentare lo sbocco a mare della città di Amina.

​Si legge per la prima volta il nome di «Salernum» nel 197 a.C. quando entrò in vigore la «Lex Atinia de coloniis quinque deducentis» e Roma decise di fondare sul litorale campano ben cinque colonie tra le quali una «ad castrum Salerni».

​Tutto il salernitano è ancora oggi oggetto di scavi e di ricerche e gli scavi riconfermano quanto scrisse Plinio: Salerno doveva considerarsi etrusca e del resto l’esistenza di un centro preromano risulta dalla necropoli di San Nicola delle Fratte, del secolo VI a.C.

Oggi non vado in archivio, voglio seguire le mie riflessioni calme e nostalgiche. Non sono interessata a cosa succede intorno a me e non vedo l’ora di vederlo: il sepolcro di una donna che mi ha appassionato ed è custodito nel monumento più importante della città.

Il Duomo di Salerno, che ufficialmente risponde al nome di Cattedrale Primaziale Metropolitana di Santa Maria degli Angeli, San Matteo e San Gregorio VII, è il duomo della città di Salerno, Chiesa madre dell’Arcidiocesi di Salerno-Campagna-Acerno. Ha la dignità di basilica minore ed è monumento nazionale italiano.

La Cattedrale, nonostante abbia subito purtroppo nei secoli delle trasformazioni dovute a calamità o ad altri motivi, ancora oggi si presenta in modo superbo! Si vuole costruita per volontà di Roberto il Guiscardo intorno al 1076 sugli avanzi di una antica chiesa o secondo altri per desiderio del vescovo Alfano nel 1080, sempre sui ruderi della chiesa «di Santa Maria degli Angeli» e di quella dedicata a «San Giovanni Battista»

La costruzione ordinata dal condottiero normanno che sposerà Sichelgaita, terminò nel 1085 e fu consacrata da Gregorio VII. Il famoso papa che giocherà una partita decisiva: una partita che coinvolge con sempre maggiore evidenza i rapporti tra «regno» e «sacerdozio» nel sistema della cristianità occidentale. L’esplosione del conflitto avviene nel 1073 con l’elezione di Ildebrando di Soana, che scelse il nome di Gregorio VII. I dodici anni del suo pontificato furono intensissimi, connotati dal noto scontro con Enrico IV, oltre che dall’opposizione dell’arcivescovo di Ravenna, Guiberto, a sua volta eletto “antipapa” con il nome di Clemente III nel 1080. Lo stesso Gregorio VII morì esule a Salerno, in terra normanna, nel maggio del 1085: abbandonato da un certo numero di cardinali, la situazione di Roma non era per lui affatto sicura. Lo scontro fu durissimo sul piano sia politico-militare sia ideologico.

Rifletto sui primi restauri che la Cattedrale richiede già alla fine del secolo XV, e alla metà del secolo successivo, quando fu chiesto a Carlo V di provvedere alle spese. Se ne interessò Filippo III di Spagna, che fece trasformare la cripta dagli architetti Bartolomeo Picchiatti e Domenico e Giulio Cesare Fontana.

Dopo il terremoto del 1688, bisognò effettuare altri lavori sotto la direzione di Arcangelo Guglielmelli, ed altri restauri furono necessari dopo il terremoto del 1694; nel 1723 infine Ferdinando Sanfelice trasformò l’opera in stile barocco e nel 1930 si cercò di ridarle la forma originaria.

​La cattedrale è preceduta da un quadriportico con colonne e capitelli di epoca romana, al centro del quale vi è una fontana: questo atrio, che doveva essere affrescato, dopo i vari restauri del 1948 ha riacquistato la sua originaria linea medioevale. Molto interessante è la decorazione policroma che preferisco! È un elemento tipico dell’architettura romanica campana.

​L’interno consta di tre navate che inizialmente dovevano essere separate da due colonnati, di tre absidi e un transetto con piano rialzato per la basilica inferiore o cripta.

​Finalmente ammiro i magnifici « amboni », quello di sinistra del 1163, voluto da Romualdo II, e quello di destra che è del 1180 come il candelabro pasquale, dono dell’arcivescovo Niccolò. Interessante è l’iconostasi che divide la navata dal coro, dono di Matteo d’Aiello del 1175; con finissime tarsie marmoree, essa rappresenta una delle più importanti opere dell’arte romanica ed i suoi autori, che devono essere stati degli artisti campani, anche se il loro lavoro risente l’influsso dell’arte orientale, sono riusciti ad usare mirabilmente disegno e colore. Bellissimi anche i pavimenti in mosaico del transetto e del coro, il primo eseguito intorno al 1123 per volere di Romualdo I ed il secondo per desiderio di Romualdo II, nei quali il lavoro con tasselli di pietre rare e l’unione del rosso e del verde antico ottengono un risultato cromatico eccezionale.

Il trono episcopale, messo in corrispondenza dell’arco divisorio tra il coro ed il transetto, ha di fronte il pergamo in marmo, eretto da Gregorio Carafa nel 1669 con materiale romanico: notevoli le quattro Madonnine che poggiano su leoni.

​ I mosaici che rivestono le absidi sono tutti restaurati ad opera di mosaicisti ravennati, mentre quelli della volta dell’abside destra furono rifatti nel 1956.

La rivelazione del mistero è nell’architettura delle chiese, lo svelamento quando entro. ​Già per il modo in cui si inserisce nello spazio, la chiesa fa intravedere la verità nascosta sotto il velo delle apparenze. È sempre orientata. L’abside, il punto verso il quale si volgono gli occhi della comunità in preghiera, guarda ad est, verso l’aurora, verso la luce che sorge ogni mattina, dissolvendo l’ansia, proclamando la vittoria certa del bene sul male, di Dio sul diabolico, dell’eternità sulla morte. Anche la struttura dell’edificio è istruttiva. I costruttori si accanirono a sostituire la travatura con la volta, per il fatto che volevano, con l’impiego di un solo materiale, la pietra, parlare di omogeneità, di coerenza indissolubile, fornire un’equivalenza visibile dell’unità del genere umano unito dalla stessa fede, dell’unità delle tre persone divine, dell’unità consustanziale del creatore e delle sue creature.

​Nella cappella di Giovanni da Procida, detta anche delle Crociate perché vi venivano benedetti coloro che partivano per la Terra Santa, Giovanni da Procida fece eseguire intorno al 1258 dei mosaici di cui purtroppo oggi resta ben poco; in questa cappella è sepolto papa Gregorio VII.

La cappella Reale o del Sacramento presenta un maestoso altare barocco ed i sepolcri rinascimentali di alcuni arcivescovi, fra i quali sono molto interessanti quello di Nicolò Piscicelli opera di Jacopo della Pila, e quello del cancelliere normanno Matteo d’Ajello; vi sono poi un polittico in marmo del secolo XIV, un altro del 1520 ed un trittico nella parete opposta del transetto raffigurante la Vergine in trono con San Francesco e San Lorenzo.

Con me, ho il mio libro La Certosa Abbandonata – Storia della grangia di Angri. Cerco il Monumento sepolcrale di Margherita di Durazzo con scene della vita della regina e stemmi della casa angioina e nella navata destra ammiro un sarcofago del IV secolo con un bassorilievo raffigurante scene con Bacco e Arianna. Ho scritto di Margherita e del suo amore per Carlo di Durazzo, ma soprattutto dell’amore provato dalla principessa d’Angiò nei confronti di Salerno.

Margherita di Durazzo e la sua aspirazione al trono Angionio. Margherita che non accetta di rinunciare ai progetti politici. Margherita e il suo rapporto con le sorelle. Nelle ricerche sugli Angiò, ho provato spesso una meraviglia per la forza delle donne angioine: il risultato dell’equilibrio perfetto tra dolcezza ed energia.

Ben poca è la differenza che separa la storia, narrazione eroica o fantastica degli avvenimenti, del racconto fantastico, romanzo cavalleresco, novella o satira dei costumi, quando ci sei dentro. Ho gli occhi lucidi, sono proprio nel cuore di una donna salernitana che consacra la sua vita per la corona Angioina. Sublimazione dell’energia della madre di Giovanna II.

Di fronte al sepolcro di Margherita, si trova il sepolcro del figlio di Roberto il Guiscardo, Ruggiero Borsa, accanto al quale si apre una porta da cui, attraverso una scala, si giunge alla basilica inferiore, che corrisponde alla crociera e alle absidi della chiesa. ​Essa ospita il Sepolcro di San Matteo sin dal 1079, quando il vescovo Alfano, avendo ritrovate le spoglie del santo nell’antica chiesa di S. Maria degli Angeli del IV secolo, chiese al pontefice Gregorio VII il permesso di trasportare nella cattedrale questa reliquia che proveniva da una chiesa di Paestum.

Vado via, ma vorrei lasciare la copia della Certosa Abbandonata vicino il sepolcro di Margherita di Durazzo. Il volume che racconta la storia delle principesse angioine appartiene a Salerno, alla dinastia d’Angiò, a Margherita di Durazzo.

 

​​Salerno, Duomo, Tomba della regina Margherita di Durazzo. CC BY-SA 3.0

Creative Commons Attribuzione-Condividi allo stesso modo 4.0

ARTICOLI CORRELATI :
spot_img
spot_img
spot_img
spot_img
spot_img

ARTICOLI PIU' LETTI :

spot_img