Il bel canto: intervista al M° Filippo Morace, docente al Conservatorio di Salerno

di Sergio Del Vecchio-

Filippo Morace è  docente di Canto Lirico presso il Conservatorio “G. Martucci” di Salerno dove si è diplomato. Specializzatosi con Renato Bruson, Rolando Panerai e Sherman Lowe, per le sue  qualità musicali, sceniche ed interpretative viene richiesto dal M° Roberto De Simone per partecipare al Teatro San Carlo di Napoli a Le Convenienze e Inconvenienze Teatrali con la Direzione del M° P. Maag ed al Teatro di Corte di Napoli  in Livietta e Tracollo. Dopo aver vinto numerosi concorsi nazionali ed internazionali, è risultato vincitore del Concorso ‘G. Belli’ di Spoleto dove ha debuttato con Oberto Conte di S. Bonifacio di Verdi e Le Nozze di Figaro di Mozart e da allora ha calcato i palcoscenici più importanti d’Europa.

Come è nata la Sua  passione per il canto?

Ho cominciato come tante persone, innanzitutto andando a teatro, quindi ascoltando le opere, grazie ai miei genitori, alla mia famiglia;  ho frequentato il San Carlo. Sono casertano,  ho avuto la fortuna di entrare in un coro assolutamente amatoriale, ma grazie al quale ho conosciuto la mia maestra di canto, Pina Schettino, che era docente del Conservatorio di Salerno. Il canto per me era un hobby,  ero iscritto alla facoltà di  Ingegneria e lei mi invitò a frequentare il Conservatorio di Salerno.  Provai a fare l’ammissione, c’erano pochissimi posti, però riuscii comunque ad entrare anche con un buon punteggio e da lì, confesso, non mi sono più fermato.

 Di che anni stiamo parlando?

Mi sono diplomato nel ’96, dovevo scegliere tra ingegneria e il canto, arrivato a un certo punto, per tentare, anche grazie a mia moglie, che allora era la mia fidanzata, decisi di provare il concorso che allora era il più difficile al mondo, Spoleto. Andai addirittura senza aver preparato tutto ciò che serviva per completare il concorso, perché ero sicuro di essere eliminato subito e invece vinsi riportando la votazione più alta quell’anno, quindi parliamo del ’98, appena fresco diplomato. Contemporaneamente ebbi la fortuna, sempre grazie al Conservatorio di Salerno e quindi alla mia maestra, di conoscere il maestro De Simone, che venne in visita al conservatorio. Lui era direttore allora del Conservatorio di Napoli, cantai al San Carlo e da lì non ho più smesso.

In effetti i grandi cantanti ci hanno sempre  dato l’impressione di realizzare le imprese più difficili con una grande naturalezza, una grande semplicità e quindi evidentemente il segreto risiede nella passione che alimenta tutto…

Non mi ritengo un grande cantante, però sono uno specialista del 700 napoletano, di Rossini. Insegno all’Accademia  Rossiniana, ideata e creata da Alberto Zedda. Insegno poi in varie strutture internazionali. Ho insegnato anche a La Scala di Milano e ho avuto la fortuna di incontrare colleghi che ritengo fantastici come Carlo Lepore, come Maria Grazia Schiavo. Ho approfondito poi il 700 napoletano, dal Barocco fino a Rossini, Donizetti. Ho studiato tantissimo, questo sì, ma non mi è mai pesato lo studio, nel senso che è una cosa che si fa sempre quando si ha una grande passione. 

Un processo naturale, dunque…

 Sono uno di quelli che pensano: “Ma guarda questi, io mi diverto e mi pagano pure”.

È una fortuna.

Mi ritengo un privilegiato. Poi, dopo, con l’insegnamento al Conservatorio di Salerno ho coronato un sogno.

Com’è arrivato l’insegnamento al Conservatorio di Salerno?

Inizialmente non volevo, ma sono stato spinto da una serie di vicissitudini anche familiari, anche perché quando ho cominciato nel 2009-2010, ritenevo che l’insegnamento fosse una diminutio del lavoro del cantante. Poi ci fu un insieme di cose. Innanzitutto l’incontro con quello che era il direttore del Conservatorio di Salerno, Fulvio Maffia, perché all’epoca feci una produzione al Teatro Verdi, credo il Barbiere di Siviglia, e lui, presentatomi da un’amica comune, Rosalba Vestini, mi disse, dandomi direttamente del tu: “Ma perché non vieni a insegnare a Salerno?”. Io lo guardai, gli sorrisi  e dissi “Non ci penso nemmeno minimamente”. Però questa cosa, devo dire, mi incuriosì perché  Fulvio, era un personaggio carismatico, purtroppo ora non c’è più. E poi successe che noi come famiglia subimmo una rapina gravissima con sequestro. Io dovetti un po’ tirare i remi in barca, lavorativamente parlando. Contemporaneamente una serie di casi ha voluto che io facessi  domanda di insegnamento ma in prima battuta non risultai idoneo in nessun conservatorio, ne feci una quindicina. Poi capii  che  sbagliavo io a compilarla perchè inserivo i titoli che ritenevo i più importanti, ma non perché da un punto di vista della graduatoria valessero di più, e quello è stato  il mio gravissimo errore. Molti pensano che le graduatorie siano falsate (ride…), in realtà bisogna anche imparare a capire le leggi che ti obbligano a comporre la graduatoria in un determinato modo e a collazionare la domanda in un determinato modo.

Quindi alfine entra al Conservatorio.

Eh sì, sono entrato e, devo dire, da Salerno non me ne sono più andato, perché poi era il conservatorio dove avevo studiato e pur avendo altre possibilità, confesso non mi sono voluto più spostare.

Quindi da quanti anni lei sta insegnando a Salerno?

Era anno accademico 2009-2010. Sono un bel po’ di anni. Sono tanti ormai, tanti.

Com’è cambiato, se è cambiato, il mondo degli allievi del conservatorio, lo scenario con cui si confronta oggi rispetto al periodo degli esordi?

Innanzitutto prima si trattava di un diploma e ora di laurea in canto, in musica in genere. La differenza enorme è data dai ragazzi perché  sono molto più preparati oggi e c’è una competizione a livello internazionale serrata, arrivando preparatissimi da ogni dove, tutti sono costretti a studiare di più. Quello che mi fa un po’ tristezza rispetto ai nostri anni, ma questo non riguarda solo il conservatorio, è che i giovani di oggi hanno perso un po’ la speranza nel futuro: studiano, lavorano, ma sanno già che in Italia, soprattutto in Italia,  avranno gravissime difficoltà a trovare un lavoro che  garantisca loro di portare avanti la propria passione.

Per come viene considerata la musica, la cultura in generale nel nostro paese, vuole dire questo?

Assolutamente sì, ha usato le parole esatte. Purtroppo la cultura, la musica, sono considerati un surplus, un di più che non va sponsorizzato, che non va sostenuto, che non va aiutato. Sono pochi quelli che lo fanno.

Quasi un bene di lusso…

Sì in Italia sta diventando un bene di lusso, dunque non è più accessibile a tutti. Ricordo che quando ero ragazzo andai a fare dei concorsi e persino i collaboratori scolastici  canticchiavano le arie che io poi avrei portato in concorso. Oggi questo è destinato a ben pochi. Molti fingono la melomania, ma ormai applaudiamo chi ha l’acuto più lungo, per cui che venga uno dall’altro capo del mondo e che non azzecchi due parole di dizione italiana, non ci interessa, che sia sbagliato il fraseggio, non ci interessa. Basta che l’acuto sia lungo. Parlo della lirica, ovviamente.  Ma non è così, la musica italiana, l’opera sono un’altra cosa. Spesso con i colleghi del Conservatorio ci confrontiamo su questi aspetti: oltre a non esserci investimenti mirati nel settore, c’è anche un discorso economico con una tassazione sbagliata per i cantanti. Noi siamo gli unici a pagare le conseguenze di una tassazione fuori misura, infatti se un uno straniero viene in Italia, ha una tassazione ridotta, un italiano no e questo è un paradosso. E poi ecco che i giovani, soprattutto del Sud, devono scappare all’estero se vogliono fare carriera. Mi ritengo un grande fortunato, innanzitutto ad aver avuto l’appoggio della mia famiglia che continuo ad avere tutt’ora, mia mamma – mio padre non c’è più – mia moglie, ma anche i miei figli mi sostengono, ma se non fosse stato così avrei già lasciato la carriera.

Ha la sensazione che in Italia stiamo effettivamente buttando a mare una fetta importantissima del nostro patrimonio?

Non ne ho la sensazione, ne ho la certezza. È un problema economico, fiscale, culturale, non lo so cosa sia, penso sia un insieme di cose. La colpa non è mai di un solo fattore, è un fatto di ignoranza, quindi c’è un problema didattico, non si investe didatticamente nella cultura, si investe su determinate altre cose. Inoltre vedo che ci siamo europeizzati in maniera sbagliata.

Ci siamo un po’ appiattiti?

Non è che non sia esterofilo, io mi ritengo un europeista, ma sono nazionalista. Dico che dobbiamo prendere le cose buone dell’estero. Se noi andiamo in Germania e proviamo a toccare le loro tradizioni, ci rovinano. Se andiamo in Francia e proviamo ad alzare la voce contro la cultura francesi, ci rovinano. Noi invece no, abbracciamo gli altri senza credere nella nostra terra. Eppure per certi versi, mi si perdoni, ritengo che noi siamo superiori perché abbiamo una cultura che detta legge a livello mondiale e non possiamo permetterci di far insegnare agli altri ciò che è nostro e non è solo un fatto di studio, è un fatto culturale. Abbiamo un dovere, abbiamo un obbligo verso i nostri ragazzi di mantenere viva la tradizione culturale, non napoletana, ma italiana. Abbiamo il dovere di difenderla. Non possiamo competere con gli altri sulle fabbriche, ma dobbiamo competere con la cultura.

Lei è un baritono, giusto?

Un basso baritono, una mezza cosa.

Diciamo una via di mezzo, cioè è a cavallo tra i due registri e riesce in entrambi i ruoli. A chi si è ispirato, a chi sente di dovere qualcosa nella sua formazione e nella sua carriera?

A tantissime persone. Innanzitutto, come ho detto, alla mia famiglia. Da un punto di vista tecnico vocale, innanzitutto alla mia maestra Pina Schettino, che non dimenticherò mai, non c’è più da tanti anni, ma ha lasciato un segno indelebile dentro di me. E poi ho avuto la fortuna di studiare con tanti grandi artisti, da Renato Bruson alla Fatherland, che mi ha aiutato nella respirazione, Rolando Panerai… e poi Roberto De Simone che è stato il mio mentore assoluto. Ho imparato tutto da lui: come si fa musica, cosa significhi fare il 700 napoletano e tantissime altre cose. Infine ci sono tanti incontri con colleghi con i quali ci si confronta e si cresce, ancora adesso. Anche dai giovani, si impara tanto.

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