di Gaetanina Longobardi-
Paestum nacque nel VII secolo a.C. come colonia greca fondata da coloni provenienti da Sibari. In origine la città si chiamava Poseidonia, in onore del dio del mare Poseidone. La sua posizione, nella fertile pianura del fiume Sele e vicino alla costa tirrenica, favorì lo sviluppo dell’agricoltura, del commercio e dei contatti con altre città della Magna Grecia.
Le tracce archeologiche consentono di identificare gli ambienti in cui si espleta l’attività delle donne (focolai, telai ed annessi magazzini con pithoi). È incredibile ammirare l’asty vera e propria (la città vera e propria, cioè il centro urbano abitato, distinto dalla campagna circostante con le case di abitazione, le botteghe, gli edifici pubblici) e l’agorà, la piazza pubblica dove si svolgevano attività commerciali, politiche e sociali. Dentro l’asty, visito due edifici contigui e io avverto chiaramente che uno dei due è sicuramente femminile.
Vedo un banchetto di pietra coperto da chitoni, una vaschetta di terracotta per abluzioni e una stoa (un lungo porticato colonnato) che si apre su tre vani. Al centro della sala maggiore si trova un focolare. Le anfore di trasporto sono messe vicino a coppette, patere, coppe, unguentari, una lekythos, un piccolo gruppo di oinochoai. A noi donne servono tanti complementi per esprimere il proprio stile, per sentirci più sicure, per divertirci. Le donne del VI secolo a.C. hanno terracotte del tipo di Hera pestana in trono e vasetti miniaturistici, come le nostre bomboniere messe in bella mostra e i tubetti di prodotti di bellezza.
Vedo le donne della Magna Grecia alzarsi con lentezza. Mi ricordano forme rotonde racchiuse in vecchie filastrocche. Gli occhi sono stagni ovali che accettano le nuove delusioni con serenità, ma non sono disposte ad arrendersi. Le mani sostengono il cambiamento, mentre lavorano con attenzione agli oli profumati che emanano un forte odore fino a fare lacrimare gli occhi. Le due donne anziane hanno difficoltà motorie e con profondi respiri si lasciano aiutare dalle fanciulle che camminano di fianco.
Sono tutte pronte per muovere verso il Santuario di Hera.
Adoro camminare per le strade del Parco Archeologico di Paestum e oggi l’alba porta un vento caldo. Quando arrivo a una delle quattro porte, mi siedo per l’emozione. Imponente è la monumentale Porta Marina che si apriva in direzione del mare. Incassata in una profonda rientranza delle mura, fu impiantata sui bordi del banco calcareo nettamente emergente e segnato da numerosi tagli di cava per i blocchi destinati alla costruzione. Le strutture oggi visibili sono il risultato di profondi rifacimenti apportati, verosimilmente in epoca romano-repubblicana, ad un precedente impianto difensivo.
Il mio approccio prende in considerazione tutto lo spazio entro le mura, a partire dai suoi stessi limiti, tracciati dal grande circuito murario che si snoda per una lunghezza di 4750 metri.
Mi sono sempre chiesta se le mura che dovrebbero essere del IV secolo a.C. siano del periodo della fondazione di Poseidonia. Io credo che nel VI secolo, la città doveva essere molto più estesa.
Sono ancora seduta e vedo passare un gruppo di donne che mi guardano con benevolenza. Una delle donne indossa un bellissimo paio di orecchini d’oro a forma di foglie. Le seguo e i miei occhi si fanno lucidi al pensiero che non potrò mai sapere i loro nomi, non potrò parlare con loro. Il mondo sarebbe cambiato e lei sarebbe rimasta comunque fedele nell’amore e avrebbe dato nuove indicazioni alla Storia. Avrei ritrovato gli orecchini nel museo in una vetrina illuminata da una calda luce. Mi avrebbero indicato la strada. Come un abbraccio che scioglie la forma dell’anima.
È giugno nel Parco Archeologico di Paestum, ma io sento la presenza dell’autunno. Oltre le donne greche, vedo arrivare un uomo. Alfonso Gatto mi siede vicino e dimostra di conoscere le mie vicende interne, ma allo stesso tempo sembra palesare una richiesta di aiuto. Di entrambi è parte il mare e non occorre un discorso quando c’è così tanta condivisione.
Io lo guardo con ammirazione e vorrei smantellare le reticenze a parlare. Ma lo vedo addormentarsi e mollo l’ostinazione. Chiudo gli occhi anch’io e quando lo riapro sono da sola. Mi rimane di alzarmi e tornare a casa, ma quell’uomo mi ha portato una poesia dal sapore amare e io scopro che leggerla ad alta voce a quelle donne che mi girano intorno, vuol dire far cadere il velo. Perché continuare a farsi domande, vuol dire essere vivi e anche greci. La poesia Arietta settembrina di Alfonso Gatto: “Ritornerà sul mare / la dolcezza dei venti / a schiuder le acque chiare / nel verde delle correnti. / Al porto sul veliero / di carrube l’estate / imbruna, resta nero / il cane delle sassate. / S’addorme la campagna / di limoni e d’arena / nel canto che si lagna / monotono di pena. / Così prossima al mondo / dei gracili segni, / tu riposi nel fondo / della dolcezza che spegni”.






