di Gaetanina Longobardi-
Lo storico Federico Chabod (1901 – 1960) è stato uno storico, alpinista, politico, partigiano italiano.
È lo studioso del Machiavelli, del Rinascimento, dello Riforma e della Controriforma in Italia. Ed è il maestro di metodologia storica che raggiunge Agropoli tra la fine degli anni Quaranta e l’inizio degli anni Cinquanta.
C’è una foto in bianco e nero che gira nei social. Chabod ha il volto alzato e non si volta. Un uomo elegante con gli occhiali da sole. Dietro di lui, il cielo è pieno di cirro: strati, nubi che per colpa del Sole formano aloni semitrasparenti e che riflettono le riflessioni tra ordine e caos, un velo che non si solleva e dove tutto traspare. Lo storico ha la sembianza comprensiva della metodologia storica e per un gioco iniziale, vorrei che si voltasse verso di me e mi parlasse. Vorrei che ascoltasse le mie preghiere per la ricostruzione storica perché la reale forma all’insegna della ricerca a volte può spaventare. Ma non tutti, soltanto chi non ama quella lettura rigorosa e critica del materiale «documentario».
Immagino Chabod che prende una carrozzabile e raggiunge Agropoli.
Agropoli si ritiene fondata dai bizantini nel V secolo d.C. Secondo una leggenda, vi approda l’apostolo Paolo, ma è certo comunque che fu tra i primi paesi che si convertirono al cristianesimo e presto divenne sede vescovile. I saraceni nell’882 la occuparono per trentatré anni e la tennero ben salda sino al 915 quando Guaimaro di Salerno e Pandolfo di Capua riuscirono a scacciarli. Poiché la sede vescovile durante la dominazione saracena si è trasferita a Capaccio, Agropoli diventa feudo del vescovado, ma passa poi ai Sanseverino ed a Giovanni d’Aragona fino a quando non viene nuovamente attaccata dai corsari nel 1630. Molto interessante è la Porta che mena nell’antico borgo e quanto rimane del castello feudale, chiamato il Castello saraceno; abbastanza ben conservato, esso appartenne ai saraceni per tutto il periodo della loro occupazione e subì una prima trasformazione quando la cittadina fu presa dal principe di Salerno e dal principe di Capua ed una seconda ad opera degli aragonesi.
Mi trovo a Trentova e bevo un bicchiere del vino più buono al mondo. Credo che Chabod abbia gustato un bicchiere di vino rosso. Qualche volta il colore della costa altera i colori e ti coglie alla sprovvista. Nel concetto di fonte storica deve rientrare tutto quanto può essere utile per ripensare e ricostruire il passato, dagli atti scritti pubblici agli atti scritti privati, dalle cronache ai reperti archeologici. Per una valutazione corretta delle fonti occorre sempre un approccio alla storia con un atteggiamento scientificamente e criticamente corretto.
Smetto di fissare il mare, conosco la mia direzione negli studi storici: organizzare il lavoro rispettando la natura delle fonti documentarie e narrative; accertarne l’autenticità; rispettare la corretta interpretazione delle stesse.
Nel 1924, Benedetto Croce fonda una Società di cultura politica che fallisce per il sopraggiungere della dittatura fascista. Caduto il fascismo (25 luglio 1943), il Croce riprende la sua attività di intellettuale e di animatore della cultura. Don Benedetto è spinto a riprendere il progetto della Società di cultura politica che prende il nome di Istituto Italiano per gli studi storici (1947).
La direzione fu affidata a Chabod, dopo la morte di Rodolfo Omodeo. Chabod mosse i primi passi sotto l’alta ispirazione di Benedetto Croce, ma successivamente operò in piena autonomia e sotto la spinta di quello che pensava che avrebbe dovuto essere un moderno Istituto per gli studi storici.
Nella foto scattata ad Agropoli, mi pare di vedere un accenno di sorriso. Forse la consapevolezza e la forza di essere una pietra miliare nella storiografia contemporanea. Forse la sensazione che la scuola chabodiana avrebbe continuato nell’impegno di far rivivere il passato lontano, e quello prossimo, sulla scorta di un’attenta valutazione delle fonti e della loro intelligente interpretazione.
Ad Agropoli c’è un foto di un grande maestro che protegge il profondo amore per la storia. La dedizione al metodo storico è uno strumento assai delicato che solo l’intelligenza e la sensibilità dello studio può adattare a questa o a quella situazione mediante opportuna regolazione.






