di Gaetanina Longobardi-
Nel libro “Trinitilla e il volo delle formiche Romanzo breve e ventinove racconti” (D’Amato Editore), la scrittura di Rino Mele si caratterizza per l’efficace compresenza di attenzione realistica storica e di fine osservazione di natura psicologica.
Il realismo nell’impianto della costruzione narrativa si coglie nei fotogrammi dedicati a “un altro paese, uguale a quello che Trinitilla abitava, lo si raggiungeva per certi cunicoli di terra azzurra, era un teatro sotterraneo dove era rimasta solo la cavea, il posto verticale degli spettatori”.
Un paesaggio capolavoro della storia, perché è un ricordo della profonda devozione della nostra tradizione religiosa. Una accentuata tendenza al pathos mentre lo sguardo si posa sull’appestato. L’insistenza dei dettagli su cui lo scrittore indugia, permette di una completa adesione al romanzo nella rappresentazione oggettiva della realtà.
“Trinitilla andava in quel nero luogo, ne aveva fatto la propria privatissima chiesa, c’era come un’eco che ripeteva con altra voce le sue parole e a lei pareva il più misterioso dei dialoghi. Lei credeva di parlare con lo Spirito Santo e interpretava la vibrazione dell’eco come il tremore della luce quando ti risveglia e prende su di sé il dolore della notte. Gli chiedeva perché fossero tre i volti di Dio mentre le dita della mano sono cinque, gli occhi due, e le stelle del cielo più di mille. Perché si lasciasse numerare. Un giorno – era estate – trovò la porta già aperta, ne ebbe come un tremito, la percezione di un pericolo. Entrò leggera, pronta a volare via, ma restò inebetita a guardare in fondo a quella grande stanza di terra e tufo quell’uomo che suonava uno strumento a corde, e mormorava un canto, come a trarne, all’interno di esso, un altro suono: la sua voce nascondeva l’altra che inseguiva la prima e se la tirava dietro per farsi nuovamente raggiungere, per disperderla ancora”.
Il romanzo diventa una poesia-racconto, dominata dalle pagine commosse e ispirate del vibrante incontro con Giulia Gonzaga. Giulia Gonzaga (1513–1566) è stata una delle figure più affascinanti e influenti del Rinascimento italiano. Nota per la sua straordinaria bellezza, fu molto più di una “musa”: fu un’intellettuale raffinata, una figura centrale della riforma religiosa in Italia e una donna capace di gestire il potere in un’epoca dominata dagli uomini. La descrizione dell’incontro è il momento più toccante dei rapporti sociali di Trinitilla. Sono pagine di riflessione poetica declinate nella chiave femminile, strumento universale di conoscenza. “La tirò in piedi e cominciò a roteare con lei in cerchio, perdendosi in quel vento”.
Nella raccolta compaiono molti temi differenti: il desiderio di allontanarsi, la nostalgia, la sessualità, la condizione di spaesamento, il rapporto con la donna. Oltre la sintassi piana e colloquiale e l’utilizzo di un lessico quotidiano che assume diverse sfumature di significato, c’è un intenso lirismo nelle descrizioni dei paesaggi architettonici. Ho apprezzato in particolare la Certosa di Padula che riesce bene nel racconto Il Ciborio e il pipistrello catturato dalla luce. La meraviglia delle notazioni cromatiche delle descrizioni soddisfa un bisogno di solidità e di appartenenza.
“Cerco nel labirinto delle parole” scrive nell’ultima pagina del racconto Giuditta in posa. Il flusso di coscienza non si arresta né si scompone. È un libro da leggere perché riesce in una precisa valorizzazione dell’ambiente storico e, soprattutto, permette una particolare prospettiva sull’esperienza personale del realismo espressionistico di Rino Mele.






